• PICCOLI LETTORI CRESCONO

    LA NOSTRA SCUOLA RISPONDE PRESENTE ALLA PREMIAZIONE DEL CONCORSO “UN’ESTATE TUTTA DA LEGGERE” !
    Cosimo Badalassi, della classe II C, si è piazzato quinto con la sua recensione.

    Nella splendida cornice della Sala Luzi della biblioteca “Ernesto Ragionieri” di Sesto Fiorentino, si è svolta, giovedì 30 novembre alle ore 17.00, la premiazione del concorso “Un’estate tutta da leggere 2017”, arrivato alla sua settima edizione. Si tratta di un progetto rivolto ai ragazzi dagli 11 ai 14 anni anni che ha coinvolto i comuni di Sesto Fiorentino, Calenzano, Signa e Campi Bisenzio e le relative scuole e che ha visto premiato un nostro alunno: Cosimo Badalassi della classe II C. Il progetto prevedeva che i ragazzi recensissero un libro letto durante l’estate e scelto da una rosa di testi proposti dall’organizzazione, che comprendeva soprattutto autori contemporanei. Nella prima parte della serata hanno preso la parola gli assessori dei vari comuni coinvolti, per ringraziare l’impegno dell’organizzazione e quello degli studenti e per sottolineare l’importanza di iniziative come questa volte alla promozione della cultura e in special modo della lettura fra i nostri ragazzi. Dopo di loro è stata la volta dell’ospite a sorpresa: lo scrittore, nonché illustratore, Antonio Ferrara, noto autore di libri per ragazzi, fra i quali spiccano “Ero Cattivo” (che gli è valso il prestigioso “Premio Andersen” 2012), “La corsa giusta” e “Mangiare la paura”. Lo scrittore è stato particolarmente ironico e coinvolgente per i molti ragazzi presenti in sala che hanno partecipato con attenzione al suo show, al quale non sono mancati aneddoti esilaranti e piccole rivelazioni sui segreti della sua scrittura. Infine è arrivato il momento più atteso, ovvero quello della premiazione, con premi che andavano dai buoni acquisto in libri e materiale multimediale, fino all’e-reader destinato al vincitore. La recensione del nostro Cosimo si è classificata quinta sulle 599 pervenute agli organizzatori e ha dato lustro alla nostra scuola e una grande soddisfazione al ragazzo che ha ricevuto il premio dalle mani del vice-sindaco di Campi Bisenzio Monica Roso. Durante la manifestazione di premiazione sono stati letti dei brani delle recensioni scritte dai ragazzi, tutte davvero ben fatte, come quella del nostro studente che aveva recensito “La bicicletta verde” di Haifaa al Mansour. Però i complimenti vanno a tutti i ragazzi che hanno partecipato, con una menzione speciale per i tre che hanno formato il podio: Irene Giachi, della scuola “G. Cavalcanti” di Sesto F.no, terza; Zoe Masi, della scuola “A. da Settimello” di Calenzano seconda; e Rachele Laschi, sempre della scuola “G. Cavalcanti”, vincitrice con la recensione del libro “Muschio” di David Cirici.

    Pubblicato il 1 dicembre 2017

  • ESSERE O APPARIRE, questo è il problema! Il peso dei giudizi degli altri secondo Samanta Amoriello (3B)

    Essere o apparire? “L’abito non fa il monaco” recita un noto proverbio, eppure la società contemporanea sembra decretare il contrario. Ormai sembra che le persone non abbiano una propria personalità; tutti con le stesse scarpe, stessi capelli, stessi vestiti, tutti hanno almeno un social, se qualcuno non ne possiede uno per la società è sfigato. Oggi se non ascolti la musica che va di moda vieni preso in giro. Per esempio, in questi ultimi tempi sta andando il rap, se un ragazzo ascolta il rock, il jazz, il blues, è strano. Rendiamoci conto! Non possiamo neanche ascoltare la musica che ci piace in pubblico, altrimenti veniamo giudicati. Se sei uno studioso a cui non piace uscire di casa, ma preferisce studiare, sei secchione e non vieni considerato. Oggi sono una ragazza che è più per l’essere che per l’ apparire. In passato però è stato diverso e negli ultimi anni sono molto cambiata, sia fisicamente, che mentalmente. Mi sentivo esclusa, mi sentivo un errore, nessuno mi degnava di uno sguardo, e se lo faceva era per prendermi in giro e sparlare con l’ amico. Forse perché avevo i capelli troppo gonfi, forse perché avevo qualche chilo di troppo, forse perché mi vestivo male. Arrivata ad un certo punto mi sono stufata, ho cominciato a non mangiare. Questo causò perdita di chili, ma anche svenimenti, debolezza, stanchezza. Dopo un periodo di visite e polemiche sul fatto che dovevo mangiare, ho seguito i consigli di dottori, professori e familiari e così mi sono ripresa, mangiando pochissimo, ma almeno alimentavo il mio corpo. Cominciai anche a fare attività fisica, e questa fu la cosa giusta. Cambiai quindi fisicamente (le prime forme, la pancia più piatta, le cosce non “strusciavano” più, i vestiti cominciavano a starmi grandi), acquistai sicurezza, cambiai il mio carattere; le persone ora mi guardano in modo diverso e finalmente mi sono sentita accettata. Cambiando fisicamente, cambiai anche mentalmente, caratterialmente; la gente cominciava a farmi i complimenti, le persone cominciarono a guardarmi in modo diverso, poi arrivò il primo ragazzo, e in quel momento mi sono sentita accettata. Ma sinceramente, non mi sento me stessa, non sono io la ragazza che vedono tutti: sicura di sé, alla moda, con il ragazzo e la vita perfetta. Per essere accettata ho dovuto fare tanti sacrifici, ho versato tante lacrime, senza mai mostrarle. Dopo tutte le rinunce, dopo aver perso molti chili, alle persone non vado bene perché sono troppo magra. E allora ricominciano le paranoie e le lacrime continuano a scendere perché ancora non mi sento accettata.

    La mia storia è l’esempio che la società è capace di cambiarti, di sacrificare il tuo essere per il tuo apparire. Le persone dovrebbero ignorare i giudizi degli altri. Non vale la pena cambiare per essere accettati, perché ci sarà sempre qualcosa da dire di negativo. Io ho fatto un errore, ma non posso tornare indietro, perché non ho la forza di cambiare nuovamente, il mio essere vero lo conosco solo io, ciò che vedono gli altri è solo uno scudo per non mostrare le mie debolezze. Le persone che non si vestono alla moda sono da stimare, perché vanno avanti nella propria vita fregandosene dei giudizi degli altri; e questo è quello che la società dovrebbe comunicare: essere se stessa è la prima cosa che deve fare una persona.

     

    Pubblicato il 26 luglio 2017

  • MONDI A CONFRONTO: Carta e penna contro digitale nel tema di Ginevra Gianassi (3B)

     

    Comunicare.

    Un tempo per farlo si scriveva una lettera, oggi si invia un sms o un’e-mail. Ma la domanda è: quale metodo è il migliore? Sinceramente non saprei scegliere. Perché? Semplice, sono due cose completamente diverse.

    Insomma quale sms può sostituire il profumo inebriante della carta appena tagliata? Quale messaggio vocale può competere con il sentimento che ci coinvolge per scrivere una lettera? E quale e-mail supera l’emozione di poterla imbucare sapendo che poi, da lì, partirà per andare in qualche parte del mondo al prestabilito destinatario? È anche vero però che con un messaggio il testo arriva in pochi secondi, e questo è davvero comodo. Quindi siamo al punto di partenza: lettera o e-mail? Se mi dovessi trovare nella situazione di dover scegliere forse mi schiererei dalla parte delle lettere perché sono una persona che ama scrivere. Infatti resterei pomeriggi interi a esprimere le mie opinioni su un qualcosa o semplicemente su quello che piace a me. Se per esempio c’è un tema particolare di cui mi piacerebbe parlare, prendo il computer e senza rifletterci neanche tanto inizio a scrivere come se non ci fosse un domani e devo ammettere che a volte perdo pomeriggi interi utili allo studio, ma che ci posso fare: quando si ha una passione come questa è impossibile tenerla a bada! L’unica cosa che però mi tiene indecisa sulla scelta, è la velocità con cui arriva un sms, e questa è una cosa da non sottovalutare.
    Quindi, in conclusione, da una parte scelgo la lettera per la sua semplicità che però in me tira fuori tutt’altro, dall’altra scelgo invece i messaggi per la comodità quotidiana.

     

    Pubblicato il 26 luglio 2017

  • IL ROBOT – di Serena Bertocci, Simona Shen, Ye Xiao Qing, Amin Hamr Erras, Hajar Erraqi

    Era una brutta giornata di Novembre, pioveva, tirava vento e faceva molto freddo. L’asfalto era bagnato e le macchine erano costrette a rallentare durante le curve della città di Metroburg. Giuly stava viaggiando veloce perché doveva andare a prendere il figlio Tom a scuola. Il semaforo diventò rosso e Giuly fu costretta a frenare bruscamente. Le gomme dell’auto slittarono e andò a sbattere contro una vetrina. Nell’impatto Giuly sbatté la testa contro il volante e svenne. Si sentivano le sirene dell’ambulanza e Giuly aprì gli occhi e si ritrovò in un letto di ospedale. Purtroppo in quel letto ci rimase solo per poco. Pochi minuti e il suo cuore smise di battere. Tom era lì davanti alla scuola aspettando l’ arrivo della madre, gli altri ragazzi erano usciti già da un bel po’. Dopo 25 minuti a prendere freddo, arrivò una macchina nera dalla quale vide scendere suo padre, con aria triste. Aveva le lacrime che gli scendevano lungo il viso. Tom corse in braccio al padre: – La mamma? – chiese. – La mamma… ha avuto un grave incidente mentre ti veniva a prendere e… se ne è andata per sempre -. Disse tra una lacrima e l’altra. Salirono in macchina e per tutto il tragitto ci fu un silenzio di tomba. Aperta la porta di casa Tom scappò in camera e si chiuse la porta alle spalle sbattendola fortemente. Andrea andò verso la camera del figlio per dirgli che la cena era pronta. Appena entrato nella stanza si accorse che Tom non c’ era. Notò subito che la finestra era aperta. Tom era scappato, sulla scrivania c’ era un biglietto con scritto: “Non mi cercare” . Il padre alla vista del messaggio chiamò la polizia, lo cercarono per una settimana ma non servì a niente perché Tom non si trovava.

    Due mesi dopo. Andrea era depresso, stava ancora nella vecchia casa dove abitava prima con la famiglia solo che qualcosa era cambiato, era molto buia, dalle finestre non passava un filo di luce. Andrea non ce la faceva più, la sua nostalgia verso Tom era tanta e si faceva sentire. Gli venne in mente l’ idea di riprodurre il suo figlioletto in forma di robot visto che di lavoro faceva lo scienziato. Iniziò col creare il cervello del robot con i vari attrezzi che aveva a disposizione nel laboratorio; ci mise tre settimane.

    Nel suo laboratorio c’erano molte macchine con tanti schermi e pulsanti e per ognuno di questi c’era una lucina, i colori più comuni erano il rosso, il giallo e il verde: sembravano quasi un semaforo; c’erano anche molte boccette con i liquidi colorati. Poco tempo dopo passò a costruire la

    struttura meccanica del corpo che fece con vari ingranaggi e pezzi meccanici, poi in vari punti inserì delle schede elettroniche che servivano per farlo muovere automaticamente. Con un impasto fatto da lui rivestì tutta la struttura, infine inserì il cervello e lo attaccò alla corrente per farlo caricare.

    Dopo pochi mesi di lavoro tutto fu pronto e il robot fu messo in funzione. Andrea convisse con il robot per due anni e si accorse che come atteggiamento non era per niente uguale al figlio. Il robot era molto scontroso e agitato invece Tom era calmo e molto affezionato al padre. Al invece robot sembrava non importare nulla del padre. Andrea non era contento della sua creazione quindi decise di ricercare il figlio e proprio in quel momento suonò il campanello. Andò ad aprire con trepidazione, perché nell’isolamento in cui viveva dalla morte di Giuly non era più abituato a ricevere visite. Si ritrovò davanti un ragazzo grande, intorno ai diciassette anni e… sì era Tom. Il padre cadde a terra in ginocchio e il figlio lo abbracciò. Andrea gli raccontò tutto e insieme distrussero il robot. Finalmente insieme come prima.

     

    Pubblicato il 26 luglio 2017

  • LA STORIA DI UNO SCIENZIATO E DEL SUO ROBOT

    di Amoriello Samanta, Cocchi Camilla, Yang Diego

    “Cari scienziati, brindiamo al nostro primo robot che siamo riusciti a creare dopo ben 7 anni!”

    “A Luke!!” gridarono i colleghi scienziati.

    “Cari colleghi, mi dispiace dovervi lasciare proprio ora, ma devo andare a casa, oggi è stata una giornata pesante per me. Buona serata! A domani!” Disse Erik, il superiore, colui che ha guidato lo studio e la progettazione del robot.

    Appena arrivato a casa Erik andò a letto e crollò in un sonno profondo.

    Arrivò il grande giorno, ed Erik era di buon umore, finalmente il suo progetto, che sognava da quando era giovane, poteva riuscire.

    Si recò al laboratorio in anticipo, non c’era ancora nessuno, si mise a sedere sulla sua sedia e attese gli altri colleghi. Dopo che furono tutti presenti iniziarono il lavoro, e dopo ore e ore di impegno, assemblarono l’ultimo pezzo, Erik si scostò un attimo per ammirare il suo progetto finalmente concluso. Poi premette il bottone per attivarlo. Dopo qualche secondo in cui tutti gli scienziati si guardavano in attesa di un segno di vita da parte del robot, quest’ultimo aprì lentamente gli occhi come se fosse stato un comune umano.

    Erik era contentissimo del risultato ottenuto e non vedeva l’ora di lavorare con il suo robot! Provarono subito a farlo lavorare, e tutto era perfetto: il robot era come doveva essere secondo gli studi, ed Erik, come tutti gli altri scienziati, era al settimo cielo.

    Tutti lo applaudirono, e la prima cosa che fece, fu quella di chinarsi all’altezza del robot e parlargli per vedere se era in grado di capire, ascoltare e parlare.

    “Luke, dimmi quanto fa 30×50.” Disse Erik al robot.

    “1500 Signore”.

    “Bene colleghi, il nostro robot può cominciare a lavorare direi! Funziona benissimo.” Disse lo scienziato con un tono soddisfatto e felice.

    “Ok perfetto, io direi di provare domani, a quest’ora non c’è niente da fargli fare”.

    “Benissimo, allora ci ritroviamo domani alle 7:00! Arrivederci.”

    …………………

    Erano esattamente le 7:07 quando Erik varcò la soglia del laboratorio, rimanendo senza parole: tutti gli scienziati avevano gli occhi fuori dalle orbite, alcuni con le mani fra i capelli, altri erano rimasti a bocca aperta. Inizialmente Erik non si rese conto del problema, ma dopo essersi girato dalla parte in cui tutti guardavano, rimase come paralizzato: tutto il suo ufficio era completamente distrutto, scrivania a terra, fogli in ogni dove, cartelle svuotate, di tutto e di più.

    “Chi sarebbe stato a fare tutto questo?” Chiese Erik cercando di restare calmo.

    “È stato il robot Luke Signore.” Rispose un po’ tremante un collega.

    “C-Come? Come può essere?”

    “Esatto Erik, forse non è stato spento correttamente ieri sera e durante la notte avrebbe procurato il disastro. Quando siamo arrivati era tutto così come lo vede lei ora.”

    “Capisco… dov’è in questo momento?”

    “Lo abbiamo trovato spento nel corridoio e lo abbiamo messo nel mio studio.” Rispose Jorge.

    Erik corse subito nello studio, e come aveva detto il collega, Luke era sopra la scrivania, spento. Subito dopo che lo scienziato lo attivò, il robot aprì gli occhi e scese dalla scrivania per poi uscire dallo studio e andare in quello di Erik per mettere in ordine il caos che aveva fatto.

    Tutti gli scienziati sembravano più esterrefatti di prima, ma Erik decise di parlare:

    “Come vedete non ci sono problemi, Luke sa svolgere il suo lavoro senza difficoltà. Potremmo usarlo per le ricerche che dobbiamo fare come previsto!”

    “Scusi Erik, ma a me sembra pericoloso farlo lavorare con sostanze nocive ed esplosive, se rifacesse lo stesso caos che ha scatenato questa notte.” Disse Mike, un collega.

    “Scusi Erik, ma anche io sono d’accordo con Mike.”

    “Sì anche io, potrebbe essere molto pericoloso.” Aggiunsero altri colleghi.

    “Scusate ma potrebbe anche non esserlo.”

    “Si , ma è meglio prevenire che trovarsi dopo problemi, che comporterebbero perdite di tempo e denaro. Io direi di lasciare Luke da parte e provare a sperimentare un altro robot. Questa volta tanto sapremo come fare e il lavoro durerà molto meno con risultati migliori. Direi che è la scelta giusta, no!?”

    “No! Io non sono d’accordo. Se voi volete provare a fare in questo modo, io lascerò il posto a qualcuno che appoggerà questa decisione. Però ad una condizione: Luke lo prendo io, è il mio progetto e lo voglio portare via con me.” Disse con tono serio Erik.

    “Scusi ma non può abbandonare il lavoro e tutti i suoi studi per salvare un robot malfunzionante!”

    “Certo che posso! Anzi, me ne andrò adesso, così potrete continuare con altri nuovi studi, io i miei li ho già fatti e a quanto pare non sono andati a buon fine. Vi auguro di poter avere più fortuna di me. Addio.”

    E detto questo Erik uscì da quello che era stato il suo laboratorio per tutti questi anni della sua carriera, e il posto dove aveva studiato e lavorato a quel progetto a cui era troppo affezionato per lasciarlo in una stanza a prendere polvere. Portò con sé il robot, quell’essere che non era umano tanto quanto sembrava e forse meritava.

    …………………

     

    Passarono giorni, mesi, anni, eppure Erik e Luke erano sempre insieme. Erik ormai era vecchio, anche Luke lo era, ma a lui non si vedevano i segni dell’età. In ogni caso sembrava invecchiare allo stesso modo e allo stesso tempo di Erik, il suo creatore. Sembrava esserci un legame, non solo di affetto o di amicizia, tra loro due, ma come un legame mentale che molte volte li faceva provare le stesse emozioni e pensieri. Era un legame molto particolare, strano, bello e allo stesso tempo inquietante. Ma nessuno, compreso Erik, riuscì a capire che era un legame indistruttibile, creatosi involontariamente, che li univa fin quando uno dei due non sarebbe morto, provocando la morte anche del secondo. E così successe: all’età di 93 anni,Erik Walson, morì per cause naturali, subito dopo anche il suo robot Luke, per il quale aveva combattuto con tutto se stesso fino alla sua morte si spense.

     

    Pubblicato il 22 luglio 2017

P R O G E T T I    -    P R O G E T T O    L E G A L I T Á

UN MINUTO DI  S I L E N Z I O

Due anni fa commentavo in questo modo l'incontro con l'ispettore Angelo Corbo: "Oggi a scuola, grazie a quei progetti che lasciano un segno nello sviluppo di un anno scolastico, ho conosciuto un sopravvissuto della strage di Capaci, l’Ispettore Angelo Corbo ... Articolo completo

PIÙ  SI ALLONTANA  IL  1945  PIÙ  CI  SERVE

RICORDARE    IL    25   APRILE

Oggi siamo ancora liberi di festeggiare il 25 Aprile. Una volta non era così, prima del 1945 il 25 Aprile era un giorno come un altro e negli anni che vanno dal 1922 al 1945 la libertà (in tutte le forme garantite dalla Costituzione del 1948) non era una condizione scontata come oggi. Articolo completo.  

Il 25 aprile spiegato a bambini e ragazzi

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25 aprile, 5 libri per spiegare ai bambini come mai non si va a scuola

Di Alex Corlazzoli - Da Il Fatto Quotidiano -  24 aprile 2017

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BELLA CIAO

Una mattina mi sono svegliato,
o bella, ciao! bella, ciao! bella, ciao, ciao, ciao!
Una mattina mi sono svegliato,
e ho trovato l'invasor.

O partigiano, portami via,
o bella, ciao! bella, ciao! bella, ciao, ciao, ciao!
O partigiano, portami via,
...

testo completo e musica.

PERCHÈ IL 25 APRILE?

La Festa della Liberazione si celebra ogni anno il 25 aprile: è dedicata al ricordo per la fine del nazifascismo, nelle ultime fasi della Seconda guerra mondiale. L’occupazione tedesca e fascista in Italia non terminò in un solo giorno: si considera però il 25 aprile come data simbolo ... articolo completo.

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