Il 21 maggio è stata una giornata speciale per la nostra redazione. Abbiamo avuto l’onore di sedere a un tavolo con i compagni che hanno partecipato al Viaggio della Memoria. Volevamo capire cosa significasse davvero trovarsi nei luoghi in cui si è consumata una delle più grandi tragedie dell’umanità. Siamo partiti con una scaletta di domande, ma ci siamo ritrovati ad ascoltare una lezione di vita, fatta di silenzi, emozioni forti e parole pesanti come sassi.
Un viaggio diverso da ogni aspettativa
Tutti i ragazzi intervistati hanno partecipato ad una serie di incontri con l’associazione Futura Memoria (anche se alcuni sono subentrati in un secondo momento grazie a un sorteggio), ma nessuno di loro era davvero pronto a ciò che avrebbe vissuto: «No, questo viaggio è stato completamente diverso da come ce lo aspettavamo», ci hanno confessato.
Alla domanda su cosa li avesse colpiti di più, la risposta iniziale è stata unanime: «Tutto». Poi, i ricordi hanno iniziato a prendere forma nei loro racconti: la maestosa e spaventosa fortezza di Mauthausen vista dall’esterno e l’impatto emotivo del cimitero.
Ogni partecipante, all’inizio del percorso, ha ricevuto un piccolo sasso da custodire, un simbolo di ricordo e rispetto. Enea ci ha raccontato dove ha scelto di lasciare il suo: «Al memoriale italiano di Mauthausen», un gesto semplice ma carico di significato, per dire “io ci sono stato, io non dimentico”.
Sentirsi crollare la terra sotto i piedi
Entrare in quei luoghi cancella di colpo la distanza del tempo. Una delle ragazze ci ha descritto con incredibile lucidità il momento dell’arrivo: «Mi sono sentita morire dentro. Ho sentito la terra crollare sotto i miei piedi».
Nei campi, gli occhi dei nostri compagni si sono posati su dettagli che i libri di scuola spesso non possono restituire. Non sono stati solo gli oggetti accumulati a colpire la loro attenzione, ma i frammenti di vita spezzata: una zolla di terra che custodiva gli effetti personali sotterrati disperatamente dai prigionieri, i tristemente famosi “pigiami” a righe e, soprattutto, i volti nelle fotografie.
«Viverlo e vederlo è completamente diverso da quello che studi sui libri», hanno spiegato i ragazzi. «Lì è stato possibile avvicinarsi a sentire quello che hanno sentito loro». Nonostante la durezza dell’esperienza, il gruppo è rimasto sempre unito, senza il bisogno di isolarsi: hanno scelto di parlare tra di loro, di confrontarsi continuamente su ciò che stava succedendo e su come si sentivano, facendosi forza a vicenda.
Il ritorno: quattro parole per non dimenticare
Ma cosa resta una volta tornati a casa? Cosa possiamo fare noi, nel nostro piccolo, ogni giorno tra i banchi di scuola? I ragazzi non hanno dubbi: la lezione più grande è «ricordare di aiutare nel nostro piccolo», combattendo l’indifferenza nelle piccole cose quotidiane.
Per chiudere l’intervista, abbiamo chiesto ai ragazzi di scegliere una sola parola che potesse descrivere l’essenza di questo viaggio al di là delle visite ufficiali. Le loro risposte sono un manifesto che lasciamo a tutta la scuola:
- Leonardo: Nostalgia
- Luna: Silenzio
- Greta: Ingiustizia – Ricordo
- Ludovica: Memoria
Grazie al Prof. Daniele Minutoli che ha accompagnato i ragazzi della nostra scuola e ai nostri inviati speciali della Memoria. Ora tocca a tutti noi fare tesoro delle loro parole.
a cura della Redazione, foto del Prof. Daniele Minutoli