IL ROBOT – di Serena Bertocci, Simona Shen, Ye Xiao Qing, Amin Hamr Erras, Hajar Erraqi

Era una brutta giornata di Novembre, pioveva, tirava vento e faceva molto freddo. L’asfalto era bagnato e le macchine erano costrette a rallentare durante le curve della città di Metroburg. Giuly stava viaggiando veloce perché doveva andare a prendere il figlio Tom a scuola. Il semaforo diventò rosso e Giuly fu costretta a frenare bruscamente. Le gomme dell’auto slittarono e andò a sbattere contro una vetrina. Nell’impatto Giuly sbatté la testa contro il volante e svenne. Si sentivano le sirene dell’ambulanza e Giuly aprì gli occhi e si ritrovò in un letto di ospedale. Purtroppo in quel letto ci rimase solo per poco. Pochi minuti e il suo cuore smise di battere. Tom era lì davanti alla scuola aspettando l’ arrivo della madre, gli altri ragazzi erano usciti già da un bel po’. Dopo 25 minuti a prendere freddo, arrivò una macchina nera dalla quale vide scendere suo padre, con aria triste. Aveva le lacrime che gli scendevano lungo il viso. Tom corse in braccio al padre: – La mamma? – chiese. – La mamma… ha avuto un grave incidente mentre ti veniva a prendere e… se ne è andata per sempre -. Disse tra una lacrima e l’altra. Salirono in macchina e per tutto il tragitto ci fu un silenzio di tomba. Aperta la porta di casa Tom scappò in camera e si chiuse la porta alle spalle sbattendola fortemente. Andrea andò verso la camera del figlio per dirgli che la cena era pronta. Appena entrato nella stanza si accorse che Tom non c’ era. Notò subito che la finestra era aperta. Tom era scappato, sulla scrivania c’ era un biglietto con scritto: “Non mi cercare” . Il padre alla vista del messaggio chiamò la polizia, lo cercarono per una settimana ma non servì a niente perché Tom non si trovava.

Due mesi dopo. Andrea era depresso, stava ancora nella vecchia casa dove abitava prima con la famiglia solo che qualcosa era cambiato, era molto buia, dalle finestre non passava un filo di luce. Andrea non ce la faceva più, la sua nostalgia verso Tom era tanta e si faceva sentire. Gli venne in mente l’ idea di riprodurre il suo figlioletto in forma di robot visto che di lavoro faceva lo scienziato. Iniziò col creare il cervello del robot con i vari attrezzi che aveva a disposizione nel laboratorio; ci mise tre settimane.

Nel suo laboratorio c’erano molte macchine con tanti schermi e pulsanti e per ognuno di questi c’era una lucina, i colori più comuni erano il rosso, il giallo e il verde: sembravano quasi un semaforo; c’erano anche molte boccette con i liquidi colorati. Poco tempo dopo passò a costruire la

struttura meccanica del corpo che fece con vari ingranaggi e pezzi meccanici, poi in vari punti inserì delle schede elettroniche che servivano per farlo muovere automaticamente. Con un impasto fatto da lui rivestì tutta la struttura, infine inserì il cervello e lo attaccò alla corrente per farlo caricare.

Dopo pochi mesi di lavoro tutto fu pronto e il robot fu messo in funzione. Andrea convisse con il robot per due anni e si accorse che come atteggiamento non era per niente uguale al figlio. Il robot era molto scontroso e agitato invece Tom era calmo e molto affezionato al padre. Al invece robot sembrava non importare nulla del padre. Andrea non era contento della sua creazione quindi decise di ricercare il figlio e proprio in quel momento suonò il campanello. Andò ad aprire con trepidazione, perché nell’isolamento in cui viveva dalla morte di Giuly non era più abituato a ricevere visite. Si ritrovò davanti un ragazzo grande, intorno ai diciassette anni e… sì era Tom. Il padre cadde a terra in ginocchio e il figlio lo abbracciò. Andrea gli raccontò tutto e insieme distrussero il robot. Finalmente insieme come prima.

 

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