Tutto sulla vita difficile e sofferta della monaca più conosciuta della letteratura italiana

INTERVISTA “A CUORE APERTO” ALL’INDOMABILE MONACA DI MONZA

“Non intendo sottomettermi alle regole, io”

Dopo quattro secoli di silenzio abbiamo avuto la fortuna di intervistare l’autentica “monaca di Monza”, Marianna de Layva. La sua vita problematica e intensa ha fatto sì che la donna diventasse un personaggio del più famoso romanzo italiano dell’Ottocento, I Promessi sposi di Alessandro Manzoni. Nel suo convento di Santa Valeria, Gertrude-Marianna, ci ha concesso alcune domande, accogliendoci in una stanzina, molto umile in tutto simile a quella in cui fu rinchiusa. La nostra prima domanda non poteva non riguardare la sua reclusione.
Come è stato vivere per 21 anni rinchiusa in quella stanza senza poter comunicare con l’esterno?
Quando me lo dissero fu una vera sorpresa. Il luogo era decisamente inospitale. Avevo solo un letto che sembrava una roccia da quanto era scomodo, un piccolo lavandino in cui mi lavavo e una piccola finestrella che serviva per respirare e per sbirciare al di fuori di quella gabbia. Ero lì senza via di fuga, senza libertà… Le pareti sembravano venirmi addosso, talmente la cella era piccola. Ma sfruttai quel tempo per riflettere.
Su cosa?
Su tutto, sulla vita, che a volte può essere davvero crudele, sull’amore, che per quanto bello è anche complicato e su me stessa: sul mio passato, sul mio presente, sul mio futuro, sugli errori che mi avevano portato fin lì. E devo dire che questo mi ha aiutato molto a conoscermi meglio ed accettarmi
Ma ci racconti un po’ la sua storia dall’inizio. Come si è ritrovata a diventare monaca?
Essendo una figlia cadetta ero costretta a fare questo. Sono diventata monaca per volontà della mia famiglia. Appena nata per loro ero già destinata a essere chiusa in convento. Fin da piccola infatti mi educarono all’idea che un giorno sarei diventata madre badessa. L’idea mi piaceva perché ho sempre avuto un carattere un po’ arrogante e “comandino”, volevo che tutte le ragazze provassero invidia per me, ma nell’adolescenza provai io invidia per loro che erano libere di sposarsi e costruire una famiglia. Provai anche a convincere mio padre con una lettera a cambiare idea sul mio futuro, ma tutto fu inutile. Era dall’età di 13 anni che stavo in convento come novizia nell’ordine di San Benedetto, a 16 anni pronunciai i voti e diventai la monaca Suor Virginia Maria. Ero poco più che una bambina, incapace di comprendere le decisioni della mia famiglia. È stata una scelta di mio padre, che aveva deciso da sempre quello che sarei diventata e cosa avrei potuto fare, senza pensare veramente a quello che volevo fare io.
È da tanti anni che è chiusa in convento, non le manca neanche un po’ la sua famiglia?
Le dirò che prima di pronunciare i voti, sono dovuta stare un mese a casa, aspettavo quel momento con ansia, sperando che qualcuno si schierasse dalla mia parte. Lì invece nessuno mi considerava, mi trattavano e mi guardavano sempre male, di andare a spasso non se ne parlava; ero solo ammessa alla compagnia dei parenti, ma nessuno mi rivolgeva la parola e così ho capito che stavo meglio in convento. Non riuscivo a capire cosa avessi fatto per meritarmi questo.
Su di lei girano voci che abbia avuto una relazione e se non sbaglio è per questo che è stata imprigionata. Ci dia la sua versione in modo da far luce su questa diceria?
Queste voci sono vere, ho avuto una relazione col conte Gian Paolo Osio, dalla quale sono nati due figlio (uno dei quali è morto), mi scuso con la chiesa per questa cosa, ma fui vinta dalla tentazione e dall’euforia giovanile, anche se non mi piace definire questo mio atto un “peccato”, poiché non sono stata io a scegliere la vita di convento.
Com’è iniziata la sua relazione con l’Osio?
In un giorno di primavera cominciammo a scambiarci delle lettere con l’aiuto di due suore. Questo scambio durò mesi, poi ci incontrammo fuori del parlatorio e non successe niente. Ci incontrammo una seconda volta nel parlatorio e lì Osio abusò di me, o fui io a farmi vincere. Non volli più vederlo, ma lui continuava a mandarmi lettere di perdono, decisi quindi di frequentarlo di nuovo.
Poi accadde l’irreparabile, chi fu a decidere l’uccisione della conversa?
Un giorno lei minacciò di rivelare a tutti la mia relazione così con l’Osio decidemmo di farla tacere per sempre. Quello che accadde dopo già è di dominio pubblico.
Sappiamo che ha avuto un colloquio con Lucia, quella de I Promessi sposi, ci parli di questo incontro.
È stata una sorpresa molto gradita perché, oltre alle sorelle che mi portavano da mangiare, non avevo visto né parlato con nessuno. Tuttavia, la sua storia mi ha rattristato molto. È stata costretta a dividersi dal suo amato e a fuggire in una città sconosciuta. Dai suoi occhi si vedeva la sua sofferenza. In un certo senso le nostre vite hanno qualcosa in comune. Io essendo monaca non potevo avere una relazione, ma come lei ho subito un’ingiustizia per colpa di un prepotente, mio padre.
Una curiosità, perché nel convento tutti la chiamano “signora”?
Perché provengo da una famiglia importante venuta dalla Spagna, mio padre è considerato il primo uomo di Monza. Per questo mi chiamano “signora”. Nel convento ho un appartamento tutto mio e mangio in un tavolo distinto dalle altre suore.
Noto che le esce una ciocca di capelli dal velo. Come mai? Non dovrebbero essere corti?
I capelli di una suora dovrebbero essere tagliati alla cerimonia di vestizione (quando si prendono i voti, ndr). Io gli ho voluti far crescere e tengo questa ciocca ben in vista, perché voglio che si veda il disprezzo che provo per la mia vita da monaca. Non intendo sottomettermi passivamente alle regole, io.
Se dovesse ripercorrere la sua vita tanto difficile e movimentata, quali momenti ritiene i più significativi?
Sicuramente, in negativo, l’anno in cui a soli 13 anni fui costretta da mio padre a entrare in convento, indimenticabile, stavolta in positivo, l’anno e quella primavera in cui conobbi il mio amato Gian Paolo Osio.

La 3°B con il Prof. Anforini

CHIOSTRO DEL CONVENTO DI SANTA MARGHERITA


 

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